Aldo Manuzio, Andrea Aprile e Gaspard Njock

dicembre 13, 2016

Da studentessa e appassionata di Editoria, ho dei miti irraggiungibili di cui tento di documentarmi sempre più, senza averne mai abbastanza. Fra i tanti, Aldo Manuzio, padre dell'editoria. La sua è una figura che mi affascina e che venero da qualche anno, a cui si deve proprio tanto e nemmeno lo si sa; ecco perché da quando ho saputo di questo graphic novel dovevo averlo.
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Andrea Aprile e Gaspard Njock • Aldo Manuzio • 2015
Tunué • pp. 119

Manuzio è stato uno dei più grandi tipografi di tutti i tempi: a lui sono attribuite innovazioni che si sono rivelate decisive perché il libro divenisse l’oggetto che conosciamo. In quest’opera, il piano temporale della vicenda biografica dell’editore e dell’umanista s’intreccia con quello di due giovani d’oggi, in un continuo gioco di rimandi e dissolvenze. Luigi e Caterina, infatti, si conoscono a Venezia e ripercorrono le stesse strade di Aldo, calandoci nel mezzo di quelle sfide, e vicende personali, che l’hanno trasformato in uno dei padri della nostra cultura.

Recensione




Vi assicuro che questo nuovo formato tascabile sarà il futuro dei tomi e riempirà le nostre scarselle.

A lui dobbiamo il libro in quanto tale, strumento per la diffusione di idee alla portata di tutti e non solo di un’élite. A lui, con Francesco Grifo, dobbiamo il corsivo e dei font che risultassero appropriati per la pagina. A lui dobbiamo il tascabile, da portar con sé ovunque perché più piccolo e leggero. A lui dobbiamo la nascita del concetto moderno di editore, riconoscibile grazie alla sua ancora posta su copertina e colophon. Sono solo alcune delle cose di cui il lettore di oggi deve dire grazie a Aldo Manuzio, ma sono tre cose fondamentali per la nascita dell'editoria moderna mondiale. L’operazione messa in atto, circondato dai più importanti pensatori e scrittori dell’epoca, primo fra tutti Bembo, è chiara: permettere a tutti, e non soltanto a chi è ricco, di avvicinarsi ai testi di cultura. Certo, siamo a fine Quattrocento e inizio Cinquecento, e per “tutti” si intende chi sa leggere – e ancora in pochi in Italia sanno farlo –, ma la questione è un’altra: nessuno, prima di lui, aveva pensato di rendere l’editoria a portata di un pubblico più vasto, non specialistico e quindi allargare il raggio d’azione per avvicinarsi a una diffusione più democratica, tempi permettendo, della cultura. Queste sue idee innovative sono al centro di Aldo Manuzio che, in un viaggio temporale tra passato e presente, lega assieme due storie diverse ma legate da un filo rosso comune. Da un lato abbiamo Luigi, bassianese come Aldo in trasferta a Venezia dove incontrerà Caterina, appassionata di libri che lavora in un’antica tipografia in città e si applica in prima persona per portare libri ai bambini in Africa, e Alfredo, ultimo discendente di Manuzio che sarà ben felice di raccontargli la storia dell’avo. E dall’altro lato, Aldo, la cui vita è raccontata dall’infanzia fino ai trionfi a Venezia. Di umili origini, riesce a studiare grazie all’intercessione del padre presso una famiglia nobile, ma, non sentendosi parte dell’ambiente in cui cresce, matura molto presto un’attrazione verso i primi libri a stampa (gli incunaboli).
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Da Roma la scena si sposta prima a Ferrara, dove Aldo diviene precettore dei principi di Carpi, incontro e rapporto fondamentali che gli permetteranno di raggiungere la città italiana che a quel tempo era la più aperta alle sollecitazioni straniere e innovative: Venezia, dove impianta la propria stamperia e darà vita in breve tempo al centro nevralgico dell’editoria europea, nonché a una rivoluzione culturale senza pari. E di cui si può scoprire ancora di più con un lungo approfondimento a fine volume di Antonio Polselli. Non mi hanno fatta impazzire le tavole, ma i colori sì. Acquarellati, sanno mostrare con grazia lo spirito dell’epoca, dei suoi colori e al tempo stesso parlare senza bisogno di esprimere tramite dialoghi. Particolarmente incisivi sono i disegni dell’Aldo giovane o di Luigi coi suoi tormenti attuali, perché sanno arrivare senza bisogno della parola e questo credo sia uno dei grandi meriti da riconoscere a un ottimo graphic novel. Di cose così, poi, per (ri)scoprire una figura poco nota, purtroppo, ce n’è un disperato bisogno.
4/5 
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